16 ottobre 2008

Rassegna stampa

Venerdì 16 ottobre 2008

Indice

Quotidiani

La Repubblica – "Non possono fare shopping da noi, blindate Eni, Enel e Finmeccanica" – di Andrea Greco e Claudio Tito – pag. 3

La Repubblica – "Bankitalia: l’Italia ristagna, consumi giù, reddito al palo" – di Elena Polidori – pag. 6

La Repubblica – "Caso Galbani, dipendenti in procura" – di Paolo Berizzi – pag. 26

La Repubblica – "Parmalat – Citigroup, sprint finale sul processo Usa" – di Ettore Livini – pag. 34

La Repubblica Torino e Prov. – "Ecco il club della futura classe dirigente" – di Paolo Griseri – (al suo interno "Cugini difende i consumatori, Lazzi numero uno a Mirafiori" – di Diego Longhin) pag. I-IX

La Repubblica Torino e Prov. – "Porta Susa, il primo treno a Natale" – di Diego Longhin – pag. XIII

La Stampa – "L’economia ristagna e crollano i consumi" – di Stefano Lepri, Giacomo Galeazzi – pag. 6

La Stampa – "Salvate il soldato Parmigiano" – di Armando Zeni – pag. 26

La Stampa – "Happy hour con cappuccino e brioche" – di Vanni Cornero – pag. 32

La Stampa – "Alitalia, il biglietto costerà 3 euro in più. Via la salva-manager" – pag. 33

La Stampa Torino e Prov. – "Lotta al caro casa con l’housing sociale" – di Marco Castelnuovo – pag. 55-63

La Stampa Torino e Prov – "Acquisti su Internet, boom di truffe, e-bay sotto attacco" – di Massimo Numa – pag. 64

 

La Repubblica

Pag.3

"Non possono fare shopping da noi", blindate Eni, Enel e Finmeccanica

(Andrea Greco e Claudio Tito)

ROMA - «Io, è chiaro, devo pensare alle società pubbliche». Sta per finire la conferenza stampa a Bruxelles, e Silvio Berlusconi si lascia scappare questa frase. Un modo per spiegare che la preoccupazione del governo non può che essere rivolta alle grandi aziende ancora in mano al Tesoro. In pubblico evita con cura di rendere espliciti i nomi dei gruppi sotto assedio. Ma da giorni, il Cavaliere a nessuno nega che i "gioielli" pubblici di Enel, Eni e Finmeccanica potrebbero far gola a molti. A cominciare, appunto, dai «fondi sovrani dei paesi arabi produttori di petrolio».
Del resto non è un caso che già venerdì scorso Berlusconi abbia invitato a comprare azioni dei colossi guidati da Fulvio Conti e Paolo Scaroni: «Il mio era un suggerimento, perché si tratta di titoli sottostimati». Ma anche ieri gli investitori non hanno dato retta, e le tre società sono cadute in Borsa. Così accelerano le ipotesi di modifica alla normativa per rendere quei gruppi meno contendibili. Potrebbe venire attenuata la passivity rule per i manager delle società bersaglio, e dimezzata la soglia di comunicazione al 2%. Il premier teme «speculazioni» proprio sulle «società pubbliche che ancora sono in grado di macinare utili». E non hanno nemmeno l´arma difensiva del patto di sindacato. «Non possiamo permettere – è la parola d´ordine – che si faccia shopping così nel nostro paese». Linea che ricalca la difesa dell´italianità già esibita sui dossier Alitalia e Telecom. Non solo. I timori riguardano anche imprese del tutto private. Oltre a Telecom c´è soprattutto Generali, tenuta sotto osservazione dai rivali francesi. Il 19 settembre scorso, al termine di un cda di Mediobanca, l´imprenditore franco-tunisino Tarak Ben Ammar aveva proprio parlato dei fondi sovrani arabi, annunciando che li avrebbe «invitati in Italia». «Sono entrati in Mercedes – disse – possono lavorare anche in Italia». Ben Ammar è da sempre amico del Cavaliere. Tant´è che dalle parti di Via del Plebiscito da qualche giorno si fa riferimento ai fondi degli Emirati Arabi, del Qatar, di Dubai e del Kuwait. Un anno fa questi scenari "ostili" sulle grandi imprese italiane, pubbliche o no, sembravano impensabili. Ma il quasi dimezzamento del valore di Piazza Affari da gennaio e la mancanza di nuclei azionari forti – a parte lo Stato, che in Eni, Enel e Finmeccanica regge la diga del 30% – ha introdotto un teorico rischio di scalate. Basta guardare prezzi e grafici di alcuni "campioni nazionali" da gennaio. Eni ha perso il 40% e vale ormai 60 miliardi di euro, Enel ne vale 32,8, il 35% in meno, Finmeccanica ha perso il 36% e vale 6 miliardi. Tra i gruppi privati, con soci ancor più frammentati, Generali è scesa in 10 mesi del 30% e capitalizza 30 miliardi, Unicredit ha perso il 56% e ne vale 33, quanto a Telecom, dopo un tonfo del 60%, "costa" solo 15 miliardi. Se è vero che i miliardi, a differenza degli anni passati, non sono più noccioline, è anche vero che con una manciata di miliardi chiunque può diventare socio di riferimento al 29,9% di una blue chip italiana. Senza bisogno di lanciare l´Opa.

La Repubblica

Pag. 6

Bankitalia: l’Italia ristagna, consumi giù, reddito al palo

(Elena Polidori)

ROMA - La Banca d´Italia comincia a valutare gli effetti della crisi finanziaria sull´economia nazionale. E dunque: il Pil ristagna, i consumi sono fermi, la produzione industriale cala, il risanamento di bilancio è in bilico, gli investimenti si riducono, le condizioni del credito si irrigidiscono, le famiglie soffrono. Da inizio anno la Borsa ha perso il 47%. Subito il leader Cgil, Guglielmo Epifani chiede un «tavolo» sull´economia reale.
La crisi morde, il paese è in affanno. Gli esperti del governatore Mario Draghi, in buona sostanza, si rifanno alle analisi dei principali osservatori stranieri sui contraccolpi delle turbolenze, ultime quelle del Fmi. Gli interventi di sostegno alla stabilità globale del sistema sono stati «ingenti e coordinati», in Italia e nel resto del mondo. Tuttavia le ferite sono profonde, ovunque. Se si escludono segnali di rallentamento dell´inflazione, per il resto, molti segni meno compaiono davanti agli indicatori nazionali. Il Pil, già sceso dello 0,3% nel secondo trimestre annullando «quasi per intero» i progressi d´inizio anno, ora prospetta «un sostanziale ristagno anche per il resto del 2008». Per il 2009 non ci sono stime, ma si rimanda al Fmi che prevede una crescita sotto zero quest´anno e il prossimo, salvo risalire se le misure anti-crisi avranno effetto. Sempre nel secondo trimestre: i consumi scendono dello 0,2%, (nei sei mesi -0,3%), gli investimenti fissi lordi dello 0,2, l´export dello 0,7, la produzione industriale cala in estate e a settembre accusa un meno 1%. Tra famiglie e imprese, il pessimo è «diffuso» e si colloca «sui valori più bassi degli ultimi dieci anni»; per il 2009 emergono «segnali di ulteriore ridimensionamento dei piani di investimento dell´industria», specie nelle costruzioni. La produttività «è tornata a ridursi», il costo unitario del lavoro è salito del 5,1% per il totale dell´economia (3,9 in precedenza) ed è rimasto stabile al 4,5% nell´industria; la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuta in entrambe i settori (rispettivamente, 6,1 e 5,2).
Le famiglie sono in difficoltà. La spesa per consumi è scesa dello 0,3% nei primi sei mesi, il reddito disponibile è cresciuto di un «modesto 0,5%». L´aumento del reddito nominale dovuto ad alcuni rinnovi contrattuali non si è tradotto in un migliore potere d´acquisto per i rincari dei prezzi al consumo. La crisi rende più caute le decisioni di spesa, stimola il risparmio. Pur restando tra le meno indebitate, le famiglie pagano più l´onere del debito per via del caro denaro. Nei 12 mesi fino a giugno queste spese hanno toccato l´8,2% del reddito disponibile (più 1%). L´occupazione cresce, (femminile, straniera e con contratti a termine o part-time), ma le difficoltà congiunturali «sono evidenti nel numero di persone, in aumento, che hanno perso il lavoro tra quelle in cerca di occupazione, specie nel centro-nord». Poco rosee le previsioni per i conti pubblici. L´obiettivo di un deficit 2009 al 2,1% «potrà essere ostacolato dal deterioramento del quadro macroeconomico». In 9 mesi, le entrate sono cresciute (3,2%) solo per «fattori straordinari» come l´abolizione dell´acconto dei concessionari della riscossione

La Repubblica

Pag. 26

Caso Galbani, dipendenti in procura

Il racconto: per 5 anni costretti a "truccare" i formaggi scaduti

(Paolo Berizzi)

DAL NOSTRO INVIATO

PERUGIA - «Vuole sapere cosa succedeva là dentro? Cosa ci obbligavano a fare? Allora, i piazzisti ogni giorno, dalle 13 alle 14.30, ordinano la merce, alla piattaforma, per il giorno dopo. Quando la merce, ordinata, arrivava scaduta o con scadenza cortissima - cosa che accadeva abitualmente - chiedevamo ai capi di poterla scaricare e rimandarla indietro come merce non vendibile. Ma questo ci è stato sempre impedito. Ci dicevano: «Dovete venderla, in qualsiasi modo. Arrangiatevi». Noi sapevamo cosa voleva dire. Voleva dire che si cancellava la data di scadenza e se ne metteva una nuova. Così è andata dal 2000 al 2005. Fino a quando ci siamo ribellati. Non si poteva andare avanti così. Era immorale, criminale. Tutti noi eravamo contrari perché abbiamo una coscienza. Abbiamo lottato per cambiarlo, ma l´azienda è sempre stata sorda».
Le sei e mezzo del pomeriggio. Il venditore Galbani è appena uscito dalla caserma dei Nas di Perugia. Un lungo interrogatorio con i carabinieri dell´Antisofisticazione che - dopo l´esposto contro l´azienda presentato in Procura da alcuni dipendenti - ora indagano sulla vicenda. Dopo di lui è il turno di altri due lavoratori. Sono loro che hanno sollevato il coperchio sulle presunte contraffazioni operate all´interno del deposito perugino di Galbani. Loro hanno messo a disposizione degli investigatori una documentazione fatta di fatture, fotografie, e-mail, registrazioni audio. Tutte datate 2005, periodo al quale Galbani ha confinato - ammettendolo - l´esistenza di un caso di contraffazione al quale però l´azienda dice di aver posto rimedio. Ai Nas i dipendenti hanno spiegato che non si è trattato di un singolo episodio quanto piuttosto di un sistema.
Come si sentivano allora e come si sentono oggi, i venditori Galbani, lo raccontano a «Repubblica», chiedendo di proteggere - almeno per ora - la loro identità. Dice uno: «Eravamo scioccati perché quella merce andata a male poteva essere consumata dal bambino o dalla persona anziana». Aggiunge un altro, un decano dell´azienda: «Lo sapevano tutti come andavano le cose. Se ne parlava, si litigava ogni volta coi capi. Le faccio un esempio. Estate 2004. Il direttore ci dice: domani arriva un grosso quantitativo di gorgonzola. Parte è scaduto, dell´altro ha una scadenza cortissima. Bisogna venderlo in qualsiasi modo». I carabinieri potrebbero presto sentire anche un ex ispettore amministrativo della Galbani. Un detective aziendale che, nel 2005, compilò e consegnò all´azienda una serie di relazioni. «Ora lavoro in un´altra azienda - dice l´ispettore - non mi faccia entrare nel merito. Dico solo che in quei rapporti c´è tutto». Per oggi i dirigenti della sede perugina della Galbani sono stati convocati d´urgenza dai vertici dell´azienda a Milano, per fare il punto sulla situazione. Coop Centro Italia, intanto, ha rimesso sugli scaffali dei propri punti vendita i prodotti Galbani ritirati l´altro giorno a scopo precauzionale. La catena di supermercati ha precisato che la decisione è stata presa perché nessun prodotto è risultato provenire dal deposito Galbani di Perugia.

La Repubblica

Pag. 34

Parmalat – Citigroup, sprint finale sul processo Usa

(Ettore Livini)

MILANO - Il braccio di ferro giudiziario tra Parmalat e Citigroup, snodo cruciale delle cause di Enrico Bondi, è a un passo della conclusione. I giurati del processo Usa in cui Collecchio ha chiesto 2,2 miliardi di danni al colosso americano entrano oggi in camera di consiglio. Ed entro tre-quattro giorni, secondo gli esperti, potrebbe arrivare una decisione fondamentale per il futuro del gruppo emiliano. Non saranno però gli unici ad avere il week-end rovinato: i legali delle due parti stanno lavorando in queste ore per capire se è ancora possibile raggiungere un accordo transattivo prima dell´annuncio della sentenza. Citigroup teme una condanna che potrebbe aver pesanti ripercussioni dal punto di vista patrimoniale mentre Bondi, in caso di assoluzione della banca statunitense, rischia di veder diminuire le speranze di ricavare risarcimenti milionari dalle altri controparti a stelle e strisce come Bank of America e Standard & Poor´s. Nei giorni scorsi, tra l´altro, i legali di Parmalat al processo di Milano hanno attaccato pesantemente i dipendenti Bofa coinvolti nel crac, ma hanno evitato di avanzare richieste di danni, un altro segnale, secondo fonti legali, di possibile trattative per un´eventuale transazione. Ieri i titoli del gruppo hanno chiuso a Piazza Affari controtendenza in lieve rialzo. Sforzi diplomatici a parte, però, le ultime battute del processo del New Jersey sono state al calor bianco. Citigroup ha ribadito la sua totale estraneità ai fatti: «È chiaro che Calisto Tanzi e Fausto Tonna hanno messo assieme una frode di grandi dimensioni � ha detto Theodore Wells, l´avvocato della banca � ma Citigroup è stata una vittima, truffata dai manager». «Il castello di carta messo in piedi da Tanzi sarebbe caduto molto prima se Citigroup non avesse procurato liquidità e avesse messo a punto false comunicazioni finanziarie», ha risposto Steven Madison, legale di Collecchio. La banca americana ha perso nel crac 699 milioni di dollari e ne chiede tra l´altro la restituzione di 369. Il fronte giudiziario Usa (a parte qualche contenzioso ancora aperto in Italia) è l´ultimo grande capitolo da chiudere per calare del tutto il sipario � al punto di vista industriale � sul crac di Collecchio. La valanga di accordi extra-giudiziali degli ultimi anni (Parmalat è stata assistita da Giuseppe Lombardi, presidente dello studio legale Lombardi Molinari e associati) ha portato nelle casse del gruppo quasi 1,3 miliardi di liquidità.

La Repubblica Torino e Prov.

Pag. I-IX

Ecco il club della futura classe dirigente

(Paolo Griseri)

Riuniti sotto i capannoni delle vecchie officine ferroviarie alla ricerca della classe dirigente che verrà. Quella dei trentenni di oggi che scalpitano tra i vagoni del primo Novecento, vestito blu scuro, camicia chiara e cravatta nera. Che ascoltano un profeta della meritocrazia come il professor Roger Abravanel (già Mc Kinsey), un prodotto indigeno come Luca Ricolfi e il top della classe dirigente torinese, il sindaco Sergio Chiamparino. Tutti accorsi a battezzare la nascita di NewTo, il club dei futuri signori della città, quelli che dovranno decidere le scelte strategiche nella Torino del 2020. Club esclusivo dove, garantisce Luca Savarino, uno dei sette fondatori, si entra in base al merito e non alla conoscenza. Ecco dunque comparire un sito (www.newto.eu, cui si affiancherà preso la versione italiana «.it»), un questionario e un gruppo di studiosi al di sopra delle parti in grado di stabilire se gli aspiranti membri del sodalizio hanno le caratteristiche per entrare nel club e partecipare in modo stabile alla sua attività.
L´intenzione, apprezzabile, è quella di evitare che in futuro il gruppo dei potenti sia scelto in base a legami di parentela, a conoscenze che risalgono agli anni del liceo, ad amicizie nate sui campi da sci nelle feste di Natale. Tentativo generoso quanto inevitabilmente destinato al fallimento perché, come dirà a un certo punto Chiamparino, «è illusorio pensare di creare una situazione asettica con una selezione scientifica della classe dirigente senza che entri in gioco la soggettività di ciascuno».
Assiste alla discussione un buon gruppo di ragazzi ed ex giovani. Il professor Abravanel elogia Torino, «la città italiana che più delle altre è in grado di selezionare in base al merito». E sostiene che invece il nostro paese è quello dell´Occidente dove massima è la distanza tra ceti sociali e minima è la mobilità tra un ceto e l´altro. Una situazione da caste indiane mentre sarebbe necessario, osserva Ricolfi, selezionare rompendo gli schemi: «Spesso - dice il professore torinese - sono più dotate le donne che arrivano dalla provincia rispetto ai maschi urbanizzati. Ma spesso sono i secondi a spuntarla perché le prime hanno scarsa autostima». Così le casalinghe rimarranno a Voghera e i ‘bamboccioni´ della collina occuperanno le cattedre universitarie. Nella serata tra i vagoni ferroviari, in tanto discutere sui criteri di selezione dei futuri dirigenti, manca un cenno all´altro corno del problema: i manager di domani che cosa governeranno? Quale città, quali gruppi di interessi rappresenteranno? La questione non pare secondaria a meno di non immaginare di creare una classe dirigente buona per tutte le stagioni. L´unico richiamo alla cruda realtà viene da Chiamparino: «La conquista del potere - avverte il sindaco - non avviene per gentile concessione di chi lo detiene ma al termine di una lotta tra interessi contrapposti. Ed è quella lotta a forgiare le nuove classi dirigenti».

Cugini difende i consumatori, Lazzi numero uno a Mirafiiori

(Diego Longhin)

Anche sul fronte delle associazioni non mancano i giovani che occupano posizioni di rilievo. L´esempio lampante è Silvia Cugini, 30 anni, da cinque alla guida dell´Adoc, una delle principale sigle del mondo dei consumatori. Più difficile trovare giovani leve alla guida di sindacati. Vi sono, però, alcune eccezioni. Ad esempio la Cgil di Moncalieri è gestita da Mimmo La Cava, 33 anni, mentre nella segreteria degli edili torinesi della Cgil siede Stefania Barattini, 38 anni. In Fiom le Carrozzerie di Mirafiori, sono gestite da Edi Lazzi, under 38. In Cisl due esempi: Tiziana Mascarello, 35 anni, dirigente della Fim di Cuneo e Luca Caretti, numero uno a Verbania, 38 anni. Nella Uil spicca Marco Mascarella, nella segreteria della Uilm torinese, 36 anni e Franco Bassignana, nella segreteria regionale della Uilcem, 36 anni, ex Pirelli.

La Repubblica Torino e Prov.

Pag. XIII

Porta Susa, il primo treno a Natale

Apre una coppia di binari, ma la nuova stazione solo nel 2011

(Diego Longhin)

A metà dicembre i primi treni si fermeranno nella nuova stazione di Porta Susa. L´opera sarà completa tra la fine del 2010 e l´inizio del 2011, in tempo per i festeggiamenti dei 150 anni dell´Unità d´Italia, ma una coppia di binari entrerà in funzione in largo anticipo per permettere il completamento del passante ferroviario. E i primi a vedere e ad usare una parte della nuova Porta Susa, che diventerà la principale stazione di Torino, saranno i pendolari. È previsto, infatti, che con l´entrata in vigore del nuovo orario invernale, a metà dicembre 2008, il primo convoglio che arriverà sarà il Torino-Chieri. Linea gestita da Gtt, spostata per il momento a Porta Nuova per permettere la realizzazione dei lavori sui binari. Al Torino-Chieri seguiranno gli altri treni nel corso del 2009. I passeggeri che si fermeranno sottoterra useranno le uscite provvisorie realizzate dalle Ferrovie per arrivare in corso Inghilterra. Da qui ci saranno passerelle per arrivare all´attuale stazione di Porta Susa e a piazza XVIII Dicembre, dove c´è la metropolitana. La fermata della linea 1 in corrispondenza della nuova stazione ferroviaria verrà inaugurata nel 2011, insieme con il terminal passeggeri del complesso che Ferrovie sta realizzando. Una galleria in acciaio e vetro lunga 385 metri, larga 30, con un´altezza variabile rispetto alla strada tra i 13 ed i 19 metri, caratterizza l´immagine urbana del nuovo fabbricato viaggiatori. L´assessore ai Trasporti della giunta Chiamparino, Maria Grazia Sestero, insieme con il presidente dell´Agenzia per la mobilità metropolitana, Giovanni Nigro, e ai tecnici di Rfi, ha visitato tutto il passante per rendersi conto dell´avanzamento dei lavori. «Sono molto avanti - spiega - a partire da dicembre i treni viaggeranno in sotterranea nella canna ovest per permettere di sotterrare i binari ancora in superficie e completare la canna est. La nuova stazione di Porta Susa entrerà in funzione in maniera provvisoria».
Quando sarà completata, Porta Susa diventerà il nodo del trasporto torinese. Tutti i treni, da quelli internazionali, passando per l´alta velocità, fino ai mezzi della futuro servizio metropolitano, faranno sosta nel nuovo complesso, polo di interscambio anche con la metropolitana, i bus e i tram di Gtt. «Sta prendendo forma il nuovo sistema di trasporto - spiega Nigro - uno dei perni sarà la ferrovia metropolitana che collegherà la città e l´hinterland». Durante la visita di ieri mattina l´assessore Sestero e il presidente Nigro hanno visitato le stazioni Zapata e Dora, punti dove si fermeranno i treni del servizio metropolitano che toccheranno anche le stazioni Lingotto, Rebaudengo e Stura. Il servizio è stato presentato dall´Agenzia anche ai singoli presidenti delle circoscrizioni

LA STAMPA

Pag. 6

"L’economia ristagna e crollano i consumi"

(Stefano Lepri)

ROMA - La recessione ormai c’è. Quest’anno i consumi delle famiglie italiane probabilmente diminuiranno, per la prima volta dal 1993. Appaiono i primi segni di un calo dei posti di lavoro. Le imprese trovano sempre più difficile ottenere credito. E la ripresa, quando verrà? La Banca d’Italia non fa previsioni proprie, la Confindustria la rinvia al 2010. Cercare di vedere nel futuro è più difficile del solito. Gli auspici non sono buoni. Il Bollettino economico trimestrale della Banca d’Italia, uscito ieri, avverte che tra le persone in cerca di occupazione è «in forte crescita», specie nel Centro-Nord, il «numero di coloro che hanno perso recentemente il posto di lavoro». Nella sola industria, informa il Centro studi della Confindustria, il calo è già in atto, e si stima che tra quest’anno e il prossimo scompariranno due impieghi ogni cento. Tutti gli indicatori danno segno negativo: «I consumi si contraggono e l’indebitamento delle famiglie cresce», «gli investimenti delle imprese si riducono», «le condizioni di offerta del credito bancario si irrigidiscono» secondo la Banca d’Italia. Nel terzo trimestre 2008 la produzione industriale è diminuita di circa lo 0,5%, il prodotto interno lordo è su una linea di ristagno, attorno allo zero. Anche l’economista Mario Deaglio non crede a una ripresa nel 2009, ma sostiene che l’Italia se la caverà meno peggio di altri Paesi. Chiede un incontro urgente al governo il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani: «fenomeni che avevamo già registrato, di cassa integrazione che si allarga, di precari che perdono quel po’ di lavoro che hanno e della disoccupazione che cresce, possono diventare una costante dei prossimi mesi e del prossimo anno e mezzo». I provvedimenti urgenti del governo per la crisi finanziaria, in sostanza approvati anche dal Partito democratico, secondo la Banca d’Italia non avranno grandi effetti negativi sui conti pubblici. Ovvero, «la garanzia statale sulle passività delle banche accrescerebbe la spesa solo nella misura in cui fosse effettivamente utilizzata»; eventuali interventi di ricapitalizzazione delle banche, pur conteggiati nel fabbisogno finanziario del Tesoro, non inciderebbero sul deficit «modello Maastricht».Sulla finanza pubblica influirà però il cattivo andamento dell’economia. Nel 2009, si legge nel Bollettino della Banca d’Italia, il raggiungimento dell’obiettivo fissato dal governo, deficit al 2,1% del prodotto lordo, «potrebbe essere ostacolato da un tasso di crescita dell’economia più basso di quello sottostante le stime della Relazione previsionale (+0,5 per cento)». I numeri mancano; ma se avesse ragione la Confindustria a prevedere per il 2009 il prodotto lordo invece in calo dello 0,5%, il deficit 2009 potrebbe facilmente raggiungere il 2,5-2,6%. Poco male, visto che in ogni caso l’Europa sarà tollerante sul rispetto del «Patto di stabilità» (deficit non sopra il 3%). Un dato che la Banca d’Italia fornisce in modo neutro, «gli incassi dell’Iva sono rimasti sostanzialmente stabili» potrebbe dare nuova linfa alla recente polemica tra governo e opposizione. Nei primi 9 mesi del 2008, il gettito Iva è cresciuto dello 0,6% appena. Considerando che l’Iva si calcola sui prezzi, con una inflazione al 4%, anche tenendo conto del calo dei consumi quel +0,6% rappresenta un calo. Da parte sua, la Confindustria prevede per il 2009 un secondo anno consecutivo di calo dei consumi, più marcato anzi, a -0,6%. La causa non starebbe in una riduzione dei redditi, ma in un massiccio rinvio degli acquisti a causa dell’incertezza. Anche le imprese rinviano gli investimenti.

La Caritas: rischio povertà per 15 milioni

(Giacomo Galeazzi)

CITTÀ DEL VATICANO - In 15 milioni a rischio nel 2008. La Caritas lancia l’allarme-povertà: «Da dieci anni le misure prese in Italia sono le meno efficaci in Europa». Ben 7,5 milioni di persone, il 13% della popolazione, sono sotto la soglia di povertà, costrette a sopravvivere con meno di 500-600 euro al mese. Altrettanti sono i «quasi poveri», cioè quelli che sono sopra la soglia per un soffio. «Complessivamente rientrano nelle due categorie di indigenti 15 milioni di persone», denuncia il braccio sociale della Chiesa. Sono soprattutto le persone non autosufficienti e le famiglie con figli, e quelle che vivono al Sud, a finire in questa situazione. In Italia risulta povero il 30,2% delle famiglie con 3 o più figli e quasi la metà di queste famiglie vive nel Mezzogiorno. Al Nord invece aumenta l’incidenza degli anziani non autosufficienti poveri, l’8% della popolazione, in aumento rispetto al 5% di un anno prima. Alla base del problema, spiega il rapporto, una scarsa efficacia delle politiche di sostegno. In Italia gli interventi riducono il numero dei poveri solo del 4%. In Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Germania e Irlanda lo abbattono del 50%. Peggio di noi fa solo la Grecia. Il motivo, dice il dossier, è semplice: mentre da noi si spende di più in sostegni al reddito, negli altri paesi le risorse sono impiegate maggiormente nei servizi. L’Italia è al di sotto della spesa media per la protezione sociale. Spesa che in realtà aumenta, ma solo per via della previdenza. «Il governo affronti l’emergenza-povertà, serve una riflessione urgente», raccomanda al Sinodo dei Vescovi, il cardinale Angelo Scola, patriarca ciellino di Venezia. Nel 2007 le istituzioni pubbliche hanno erogato prestazioni a fini sociali per poco meno di 367 miliardi di euro: il 66,3% (pari a 243 miliardi di euro) era destinato alle pensioni (+5,2% rispetto all’anno precedente). La spesa per la previdenza incide sul Pil per il 15,8% (15,6% nel 2006), quella per la sanità per il 6,2% (6,4% nel 2006), e quella per l’assistenza sociale per l’1,9% (lo stesso valore del 2006). Il quadro a tinte fosche fornito dal rapporto ha scatenato subito polemiche. «Checché ne dica Berlusconi - attacca il segretario del Pd, Walter Veltroni- già oggi nelle famiglie c’è una riduzione dei consumi e le piccole e medie imprese sono in difficoltà: questa si chiama recessione, la bestia più brutta per un paese. Bisogna aiutare la ripresa non solo le banche, il problema riguarda anche la classe media». Il leader del centrosinistra «sfida il governo a dare risposte su salari, stipendi e pensioni, affrontando l’emergenza con consigli dei ministri urgenti e riunioni anche di sabato e domenica». Pronta la risposta del Pdl: Antonio Leone, vicepresidente della Camera dei deputati invita Veltroni a lasciar «perdere le sfide» e preoccuparsi «di salvare la sua leadership, se ci riesce». Per il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero «i dati Caritas sono una vergogna nazionale e uno schiaffo al governo che pensa solo alle banche». E Savino Pezzotta dell’Udc chiede all’esecutivo di cambiare la finanziaria: «La povertà è una priorità che richiede un piano di contrasto adeguato. La mancanza di denaro è una scusa, le risorse si possono trovare». Per Livia Turco (Pd) servono «interventi a favore dei redditi bassi», mentre il presidente del Lazio, Piero Marrazzo, attira l’attenzione sulla sua regione: «Il 44% dei residenti sta arrancando sotto il profilo economico e sociale. Entro pochi mesi vivremo una crisi dell’economia reale e consegneremo ai figli una società che arretra».

LA STAMPA

Pag. 26

Salvate il soldato Parmigiano

(Armando Zeni)

REGGIO EMILIA - Per un attimo, sembra di essere tornati indietro nel tempo, Anni 50 per intenderci, quelli della Brescello degli eterni litiganti, don Camillo e Peppone. Tutto coincide, il nome: Sociale don Camillo, l’ambiente: un piccolo caseificio d’antan che produce solo ed esclusivamente 10 forme di Parmigiano reggiano al giorno, prodotto raro del latte di 200 mucche. Ma è una sensazione di breve durata, quanto basta per accorgersi che del passato che fu qui a nessuno importa e che, semmai, a interessare sono i problemi del presente e del futuro con la crisi, difficile, pesante, del Parmigiano che chi lo produce non riesce a vendere a più di 7 euro, 7 euro e 50 quando va bene, contro i 7-8 euro di costo di produzione. Ricavi zero, fatica tanta. «Come si fa ad andare avanti», sbuffa Giuseppe, che in realtà non si chiama Giuseppe, perchè è albanese e il suo nome, dice, è troppo difficile per farlo capire da queste parti. Sono tanti gli albanesi che lavorano nei caselli - come qui chiamano i caseifici - che hanno sostituito da qualche anno i nordafricani «meno affidabili», dicono, un po’ come nelle stalle, a mungere mucche, gli indiani hanno sostituito marocchini e magrebini. Anche loro, come i sindacalisti della Flai-Cgil, sono preoccupati dall’aria che tira e delle minacce all’orizzonte: cento aziende casearie, tutte gravitanti attorno alla produzione di Parmigiano, che rischiano di chiudere, una tegola in un momento economico che anche da queste parti, nella ricca Emilia, non è dei migliori. «Se cede l’apporto del Parmigiano, addio lavoro», sintetizza Mirko Pellati, anni di sindacalismo alle spalle e che di chiusure di latterie sociali, accorpamenti di aziende, concentrazioni, confessa d’averne viste troppe. Nemmeno la promessa del ministro per le Politiche Agricole Luca Zaia di far acquisire 100 mila forme di Parmigiano (e 100 mila di Grana padano) dall’Agea per contrastare il calo dei prezzi, al di là dei consensi ufficiali, sembra aver entusiasmato più di tanti gli uomini del Parmigiano. Meglio che niente, certo. Ma il rischio che tra un anno, forse meno, l’effetto placebo dell’acquisto di Stato del formaggio più amato dagli italiani sia esaurito e che ci si trovi punto e a capo, costi ancor più alti per via del gasolio che cresce e dei mangimi che raddoppiano, e ricavi insufficienti, è eventualità che accomuna tanti, dai piccoli caseifici ai grandi venditori. Il fatto è, ammette Giuseppe Alai, presidente del Consorzio tutela del Parmigiano reggiano, che o si trova il modo gli strumenti per un’integrazione commerciale, per concentrare l’offerta, o ci penserà il mercato a farlo estromettendo i più deboli. Del resto, bastano i dati a descrivere l’inesorabile decimazione: 20 anni fa erano 1800 i caseifici che producevano Parmigiano, oggi sono sì e no 400. «Non abbiamo mai dato peso all’aspetto commerciale», confessano persino alle Latterie reggiane, bastione rosso della Legacoop di Reggio. Ma è solo il primo di un ritornello che paradossalmente unisce ex avversari di fede politica e credo economico. Anni a gioire dell’inevitabile boom nel Belpaese e fuori confine, a pompare quote di produzione per poi finire ostaggi della grande distribuzione, dove finisce l’80% della produzione, che ha la forza e i numeri per imporre prezzi e condizionare scelte di mercato. Ecco perchè serve «il salto di qualità», come lo definisce Alai: bene la tutela della qualità («su cui terremo fermo»), bene il vantarsi d’essere l’unico formaggio senza un solo additivo («mai usati conservanti noi»), ma adesso, oltre a farlo bene il Parmigiano, serve anche venderlo meglio. Tocca ripensare il look, preoccuparsi del marketing e non solo delle imitazioni del finto Parmesan, piaga comunque sempre aperta, bisogna immaginare aziende di produzioni diverse, artigiane nel cuore, manageriali nella mente. «Dobbiamo pensare a un percorso condiviso per avere più potere sul mercato», traduce Alai: ci vuole, spiega, «coesione tra i produttori per programmare la produzione ma anche per individuare a chi venderla». Insomma, sciogliere le catene che legano la sopravvivenza del Parmigiano ai supermercati che lo usano come prodotto civetta, con offerte a 13, 14 euro al chilo, per attirare clienti: «Il 48,8% delle vendite in Italia avvengono sotto costo, non siamo panettoni», protesta Alai. Certo, indietro non si torna e i supermercati servono. Lo sa bene anche Silvano Mercati, una vita da casaro al Caseifico di Gavasseto - tra Reggio e Modena - che sogna di riuscire tutti insieme a imporre un prezzo minimo («Facciamo 10 euro e 50 al chilo»). Ma prima, spiega, tocca fare autocritica, inutile girarci attorno: «Siamo allevatori cresciuti con sani principi ma poca managerialità, tocca a noi cambiare, il mondo non si fermerà ad aspettarci».

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Happy hour con cappuccino e brioche

(Vanni Cornero)

L’«happy hour» si sposta dall’aperitivo alla colazione: il lunedì tra le 6 e le 8 di mattina nei bar che risponderanno all’appello della Fipe cappuccino e brioche si serviranno con lo sconto. E’una delle iniziative, su base volontaria, che la Federazione italiana dei pubblici esercizi, legata a Confcommercio, affianca al blocco dei prezzi per quattro mesi, la misura più decisa scelta per contribuire a mettere un freno al caro vita. Ma il congelamento dei listini che scatterà il 1°novembre, approvato dal 62 per cento delle associazioni territoriali aderenti alla Fipe, ha anche lo scopo di frenare l’emorragia di clienti dai bar, sempre più grave con il peggiorare della crisi economica. Così, sotto lo slogan «Un prezzo da amico» i baristi italiani corrono ai ripari: con lo stop ai listini e l’«happy monday» per la colazione che inaugura la settimana il pacchetto degli interventi volontari anti-inflazione prevede riduzioni di 20 centesimi sul prezzo delle bevande gassate, del menù fisso di mezzogiorno e (su proposta personale del garante dei prezzi, Antonio Lirosi) cono gelato ad un euro. «Vogliamo mobilitare i bar - ha detto il presidente dalla Fipe, Enrico Stoppani - sulle due grandi emergenze del paese: recessione e calo dei consumi. Siamo convinti che in questo particolare momento il prezzo possa e debba esercitare una funzione importante di stimolo della domanda e di conseguenza della crescita». Naturalmente la federazione non può imporre nulla, ma, esercitando una «moral suasion», conta di trovare vasto seguito operativo tra i suoi tesserati, consci che nei locali italiani c’è stata una flessione di presenze del 41,5% e che i clienti rimasti hanno abbattuto del 25% le spese per i loro, sinora, abituali consumi. Il centro studi della Fipe si occuperà di monitorare la campagna per tutto il periodo. «È evidente che questa iniziativa non basterà da sola a risollevare le sorti dell’economia - aggiunge Stoppani - tuttavia ci siamo posti il problema di fare qualcosa per offrire un pò di serenità ad un consumatore che, tra annunci drammatici e una politica ancora convalescente sta sempre più modificando in senso restrittivo i propri comportamenti di acquisto». L’iniziativa è stata caldamente approvata da «Mister prezzi», Antonio Lirosi, che ha rilanciato augurandosi di arrivare a risultati altrettanto validi con l’industria moltoria e i pastai per far scendere più rapidamente il prezzo degli spaghettidopo il calo di quello del grano. Ma il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, avverte che, secondo lui «Per far riprendere i consumi non basta più bloccare i prezzi, ma occorre una riduzione generalizzata dei listini di almeno il 10%». Anche la Coldiretti va all’attacco, denunciando distorsioni dei prezzi dal campo al consumo di cui il commercio è il primo beneficiario: «Solo un centesimo del prezzo pagato dai consumatori per l’acquisto del cornetto al bar è da imputare al costo del grano che, peraltro, si è ridotto di un terzo rispetto allo scorso anno», sostiene l’organizzazione agricola e aggiunge: «lo stesso prezzo del latte alla stalla oscilli in diminuzione attorno ai 40 centesimi al litro». Un discorso respinto al mittente dalla Fipe: «Forse sarebbe meglio che la Coldiretti non desse numeri a casaccio - ribatte Stoppani - e si decidesse a rivelare quanti incentivi, anzichè sostenere produttività e qualità di imprese e raccolti, vanno ad integrare il reddito degli agricoltori».

Da oggi: farmaci da banco, via all’operazione prezzi trasparenti

Scatta oggi l’operazione prezzi trasparenti, promossa dal Garante - «per i farmaci senza obbligo di ricetta». I farmaci con il cartellino saranno 20 senza obbligo di ricetta, di questi 15 selezionati all’interno di un elenco dei 50 medicinali più commercializzati e 5 saranno scelti dai singoli esercizi. I prezzi saranno quindi esposti su un cartellone che potrà essere costantemente aggiornato.

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Alitalia, il biglietto costerà 3 euro in più. Via la salva-manager

(Alessandro Barbera)

ROMA - Doveva essere di un euro, poi è salita a due, ora l’asticella si è fermata a tre. Tre euro a biglietto è il prezzo che ciascun viaggiatore italiano pagherà per la nuova Alitalia. L’entità definitiva della nuova «tassa d’imbarco» per finanziare il fondo di ristrutturazione della compagnia è stata decisa ieri dalle commissioni Trasporti e attività produttive della Camera, che ha deliberato anche la modifica della contestatissima norma salva-manager: non sarà più retroattiva e di fatto viene limitata ai soli amministratori di Alitalia. «Così formulata rischia di essere dichiarata incostituzionale», dice polemicamente Angelo Cicolani, il relatore della vecchia norma che secondo alcuni sarebbe stata applicabile anche ad altri casi di bancarotta. Intanto si allungano ancora i tempi per il decollo della nuova compagnia. L’assemblea di Cai per deliberare l’aumento di capitale è confermata per il 28 ottobre, ma ci vorranno almeno tre settimane per avere il responso da Bruxelles sul dossier e per la scelta del partner internazionale. Ieri l’amministratore delegato di Cai Rocco Sabelli ha incontrato a Roma il numero uno di British Airways, Willie Walsh, e il direttore investimenti e alleanze Roger Maynard. La prossima settimana ci sarà un nuovo round anche con Air France-Klm e Lufthansa. Nel frattempo Sabelli dovrà risolvere un’inaspettata grana sul fronte sindacale: i piloti di Anpac e Up vogliono discutere il contratto da dirigenti ad un tavolo separato. In breve, la nuova Alitalia nata dalla fusione con Air One comincerà a volare solo il primo dicembre. Resta da capire se e con quali soldi la vecchia compagnia, in grave crisi di liquidità, continuerà a volare: «al momento la liquidità è sufficiente», garantisce il presidente dell’Enac Vito Riggio. Alcune indiscrezioni indicavano a disposizione del commissario Augusto Fantozzi 180 milioni a fine settembre.

LA STAMPA Torino e Prov.

Pag. 55-63

Lotta al caro casa con l’housing sociale

(Marco Castelnuovo)

I privati ci mettono i soldi, Il Comune la struttura. Nasce il più grosso progetto di housing sociale in Italia, in via Ivrea 24 a Torino. Housing sociale non significa case popolari e non c’entra con la beneficenza. L’housing sociale è l’ultima frontiera della filantropia. I privati investono soldi propri e intendono guadagnarci nel lungo periodo, offrendo però servizi a prezzi sostenibili. L’investimento complessivo per dare vita al progetto è di 13 milioni di euro di cui 12 della «Fondazione Crt» attraverso la fondazione «Sviluppo e crescita» e il resto di «Oltre Venture», un fondo per imprese sociali. È destinato a giovani coppie, immigrati, persone separate, famiglie che attraversano un momento di difficoltà economica. Insomma, tutti coloro che non possono permettersi un affitto ma che sono fuori dalla graduatoria per accedere alle case popolari. Gli assessori Boglione e Tricarico sono convinti che questo mix tra pubblico e privato «sia la nuova frontiera e un nuovo modo di operare». Specie ora che le casse sono vuote e la sofferenza aumenta. Il tutto sarà gestito da «Oltre» che seguirà passo passo il progetto e dalla «Cooperativa Doc», che ha un’esperienza specifica nella gestione di strutture ricettive su tutto il territorio nazionale ed è gestita come un’impresa. Il palazzo è un casermone tuttora di proprietà delle Poste è già destinato alla funzione di casa-albergo per i propri dipendenti. Oggi conta 9 inquilini. Dopo la cessione e al termine della ristrutturazione («massimo due anni», giurano gli investitori) potrà disporre di 470 posti letto, divisi in 88 trilocali, 32 monolocali e 60 camere. Avrà 18 dipendenti, e la disponibilità per gli ospiti di contribuire lavorando qualche ora al mantenimento della struttura. Al primo piano nascerà un poliambulatorio destinato a tutto il quartiere: dalla ginecologia al dentista alla psicoterapia, i prezzi saranno inferiori alla tariffa minima. «Oltre venture» offrirà anche la possibilità di aprire microcrediti per sviluppare nuove imprese. «La domanda sociale sarà sempre più trasversale e nell’area housing sono necessari servizi efficaci», ha detto il Presidente di «Oltre» Luciano Balbo spiegando il perché afficancare all’hardware (la casa) anche il software. E Angelo Miglietta, segretario generale della Fondazione Crt e azionista forte del progetto spiega: «L’interesse per noi è il metodo. Non sono risorse consumate ma che rientreranno nel tempo. E in più l’housing restituirà dignità alle persone sulla base delle capacità economiche di ognuno. Balbo ha portato il private equity in Italia: ora la sua intuizione è stata quella di applicare lo stesso modello al sociale. «Oltre» accompagnerà il progetto passo dopo passo e garantirà il ritorno. Vedrete: sarà un bel posto dove vivere».

LA STAMPA Torino e Prov.

Pag. 64

Acquisti su Internet, boom di truffe, e-bay sotto attacco

(Massimo Numa)

Dura la vita di chi si avventura nel labirinto delle aste on line. Nei primi sette mesi del 2008, solo nel Torinese, le denunce hanno superato quota mille e tutto lascia presumere che, a dicembre, si attestino ad almeno mille 500. In tutto il 2007, furono «solo» 624. Insomma, quasi triplicate. Il novanta per cento del totale riguarda operazioni effettuate sul portale di e-bay Italia, vittima a sua volta di questo imprevebile boom. Impossibile quantificare il volume del denaro volatilizzato nel nulla ma si tratta, alla fine, di somme ingenti. Le truffe vanno da poche centinaia di euro sino al record del «camper inglese», vinto per 30 mila euro da un ingenuo piemontese in Inghilterra, regolarmente pagato e mai pervenuto. Purtroppo, le indagini si sono arenate e le speranze di recuperare qualcosa, almeno un cent, sono ridotte al lumicino. Poi: l’acquisto di materiale elettronico o telefonia, hi-fi o qualsiasi tipo di oggetto, purchè costoso e proposto con prezzi allettanti, spesso fuori mercato. Le trappole sono molteplici e spesso geniali. Un giovane imprenditore di Aosta, incensurato, è stato denunciato decine di volte, sempre per gli stessi reati. Specialista in false vendite, creava centinaia di account falsi, su cui poi riversare le richieste di soldi. E poi spariva nel nulla, dopo avere incassato. Finalmente individuato e denunciato, dopo una breve pausa, ha ripreso imperterrito le sue scorribande sul web. Tecniche complesse. Le più classiche: la mancata consegna di quanto acquistato (e pagato), la sostituzione della merce vera con il classico mattone, le difformità da quanto promesso a quanto, in realtà ricevuto. Per operare su e-bay Italia bisogna registrarsi. «Ma - spiegano alla polizia postale di Torino - bisognerebbe adottare filtri più rigorosi sulle identità e sui dati personali inseriti. Oggi, per i criminali, aprire un account con generalità e coordinate false in Italia è quanto mai facile, in Usa e in Gran Bretagna, per esempio, no. C’è un rigoroso sistema incrociato di verifiche. Poi i sistemi di pagamento. Vaglia veloci o le carte postali sono meno sicuri, almeno in teoria, della rete bancaria on line. Ma c’è ancora molta ignoranza e diffidenza. Tanti hanno paura di usare le carte di credito per il timore della clonazione, così loro ne approfittano». Gli hackers riescono a violare i dati personali delle persone regolarmente registrate sul portale e a modificare i dati essenziali, in modo da rubare letteralmente le identità a decine di operatori. Il resto è più semplice. Vinci un’asta per un telefono di ultima generazione. Il prezzo è buono, disponibile in più esemplari. Il venditore appare affidabile, ha già operato in modo corretto, ci sono e-mail, indirizzi, numeri di telefono, cellulare compreso. Superato il primo passo, contatti direttamente il tuo uomo. Che ti risponde, in un primo tempo e ti dà persino le indicazioni per il pagamento. Una volta stabilito l’accordo, partiti e ritirati i soldi nell’ufficio postale indicato, il venditore sparisce nel nulla. Telefoni muti, e-mail che galleggiano inerti nel web. Per qualche giorno, speri ancora nel corriere che «dovrebbe» consegnarti quanto pagato. Ma non accade nulla. Ultimo passo, presentare la denuncia alla polizia. Dice il dirigente della Polpost, Giusi Territo: «Abbiamo creato una squadra che si occupa esclusivamente di truffe on-line. Gli accertamenti, molto spesso, portano a identificare gli autori di queste imprese, purtroppo in continua espansione». La collaborazione tra i responsabili di e-bay Italia e la polizia è molto stretta, tanto da creare un canale diretto per acquisire i dati dei criminali in tempi brevissimi.