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La contraffazione oltre l’illecita condotta

I più comuni e correnti dizionari della lingua italiana, definiscono “la contraffazione” come quell’attività posta in essere da chiunque falsifica, volontariamente e coscientemente, un marchio e/o un prodotto.

L’attività volta a falsificare marchi e prodotti è strettamente correlata alle vigenti normative sui brevetti, sulla registrazione dei marchi e sul diritto d’autore, per quanto concerne l’attività di duplicazione/riproduzione non autorizzata, meglio nota come pirateria.

Tuttavia la contraffazione non può essere relegata a mera condotta violante i precetti normativi nazionali ed internazionali.

D’altronde, nell’attività di falsificazione apparentemente entrano in gioco due interessi contrapposti, uno lecito, che è quello dell’autore del marchio e del prodotto - che ha il legittimo interesse di commercializzare proficuamente i propri prodotti - ed uno, illecito, di chi intende lucrare vendendo prodotti contraffatti.

Tuttavia a ben vedere, l’attività di falsificazione, oltre ad essere un’attività vietata e perseguibile come reato, lede innumerevoli interessi, e dunque non solo quelli di chi vende e di chi acquista.

Infatti, la contraffazione costituisce un danno economico per le imprese connesso alle mancate vendite, alla perdita di immagine e di credibilità (soprattutto nel caso in cui il consumatore è acquirente in buona fede che crede di acquistare un prodotto originale con un’aspettativa di qualità dei materiali impiegati ed alla resistenza all’usura del bene, dovuta al trascorrere del tempo), alle rilevanti spese sostenute per la tutela dei diritti di privati e della tutela nell’ambito industriale, con il conferimento di mandato a società investigative private nonché ad uffici legali che possano preventivamente e/o successivamente tutelare gli interessi delle società mandanti, il tutto, ovviamente, a scapito degli investimenti e delle iniziative produttive.

Infine, la contraffazione provoca di per sé un danno sociale connesso allo sfruttamento di soggetti deboli (disoccupati o, prevalentemente, cittadini extracomunitari) assoldati attraverso un vero e proprio racket del lavoro nero, in condizioni di vero e proprio sfruttamento, con evasioni contributive e senza coperture assicurative ed alla conseguente perdita di posti di lavoro senza contare il relativo danno all'Erario pubblico attraverso l'evasione dell’I.V.A. e delle imposte sui redditi.

Inoltre il fenomeno della contraffazione si raffronta con le vigenti normative in merito ai diritti d’autore ed ai prodotti registrati e brevettati.

Infatti presupposto del reato in questione, è la registrazione del marchio nelle forme stabilite dalla legge nazionale ed internazionale a protezione della proprietà intellettuale od industriale.

Dunque, secondo un orientamento giurisprudenziale prevalente, la tutela penale di cui all’art. 473 (e all’art. 474) c.p. deve ritenersi limitata ai soli marchi registrati o per i quali sia stato depositata la relativa domanda di registrazione con la descrizione dei modelli di cui si rivendica l’esclusiva titolarità.

Secondo quanto argomentato finora, appare incontrovertibile che la normativa vigente non sia finalizzata alla tutela del solo interesse del privato, dell’autore/inventore del marchio o del prodotto eventualmente contraffatto, ma che si estenda anche alla garanzia dell’interesse pubblico e della fede pubblica di chi, più o meno consapevolmente, possa subire un danno diretto o indiretto a seguito dell’acquisto di un bene contraffatto.

Tuttavia, la vigente normativa penale, all’art 473 c.p., punisce non solo chi immette nel mercato prodotti falsi che possono venire in contatto con il cliente/consumatore finale ma anche coloro i quali falsificano i prodotti, rendendo confondibili i prodotti falsi da quelli originali.

Pertanto, il legislatore, cerca di arginare il pericolo di immissione nel mercato di prodotti falsi, punendo la condotta di chi, ancor prima di commercializzare prodotti contraffatti, si adopera per porre in essere la condotta di falsificazione.

Tale ratio legis appare assolutamente condivisibile al fine di tutelare maggiormente i vari interessi connessi e potenzialmente lesionabili dalla condotta dei falsari il cui volume d’affari, al solo 2011, risultava essere stimato in circa 3,7/7,5 mld di euro. Di questi, oltre il 60% si riferisce a prodotti d’abbigliamento e di moda (tessile, pelletteria, calzature), il resto a orologeria, beni di consumo, componentistica, audiovisivo, software, importati completi (anche da altri paesi UE dove sono arrivati dall’Estremo Oriente) o perfezionati in Italia.

Pertanto, appare fin troppo chiaro di come l’acquirente finale/consumatore, al quale sono destinati i beni di consumo oggetto di contraffazione, possa essere, soprattutto in questo caso, il vero ago della bilancia per una società più giusta ed un commercio più equo, sostenibile ed infine meno costoso (al di là dell’encomiabile sforzo perpetrato dagli organi di polizia nazionale ed internazionale volto a reprimere ogni condotta illegale), scegliendo consapevolmente di acquistare prodotti originali e prestando maggiore attenzione al c.d. “venditore silenzioso” ovvero a tutti quei presidi, quali ad es. l’etichettatura, volti a garantire l’originalità e la bontà dei prodotti acquistati nell’ottica di un consumo più consapevole antecedente, successivo e concomitante l’acquisto stesso.

Carta fedeltà nei negozi. Sconto acquisti ovunque

IVREA. Una carta fedeltà a punti valida in tutti e 12 i Comuni del distretto commerciale eporediese. Per cui se compro il pane a Bollengo ho diritto uno sconto sull’acquisto di un paio di jeans a Ivrea, o di un dentifricio in farmacia ad Albiano o, ancora, sul cambio dell’olio dal meccanico di fiducia a Burolo. A un euro corrisponde un punto, e a ogni tot punti (quanti è un aspetto che sarà definito quando si avranno le adesioni definitive) i consumatori accumulano una sorta di buono spesa per lo shopping successivo. L’importante è che le compere avvengano solo e soltanto tra i 1.300 negozi che fanno parte del distretto, in virtù del principio a cui si ispira la fidelity card che vuole rivitalizzare il commercio tradizionale a Ivrea e Cintura puntando appunto sulla fidelizzazione dei consumatori all’interno di un circuito ampio. L’iniziativa per ora ha incassato l’ok delle associazioni di categoria (Ascom e Confesercenti) e di una parte dei sindaci coinvolti (Albiano, Banchette, Bollengo, Burolo, Cascinette, Chiaverano, Fiorano, Montalto, Pavone, Salerano, Samone). Per l’assessore al Commercio Giovanna Strobbia, colei che ha lanciato l’idea e che ieri sera in municipio l’ha illustrata ai diretti interessati, i negozianti, si tratta ora di trovare gli sponsor disposti a coprire quei 3mila euro che mancano per far entrare a regime la raccolta punti, oltre ai 2.800 euro su cui il distretto sa di poter contare come fondo cassa. «Ci piacerebbe farla partire a giugno, con un lancio mirato in occasione di Ivrea in musica» dice Strobbia. Il ragionamento di partenza è questo, premette. «Non possiamo pensare di riportare i consumatori nei piccoli negozi se vanno al centro commerciale, possiamo invece stimolarli a fare non un acquisto solo, magari saltuariamente, nel negozio sotto casa, ma più d’uno e ad ampio raggio. Lo sconto sarà parziale o totale a seconda dei punti accumulati e dell’acquisto, ovviamente. Va detto che la nostra intenzione è di coinvolgere anche le attività tradizionalmente escluse come le parafarmacie, i benzinai, le officine meccaniche. Altra cosa importante, la fidelity card sarà a costo zero per i commercianti, che andranno infatti a compensare con i soldi del circuito». La carta sarà leggibile su smartphone e farà da tramite per la creazione di un data base utile alle promozioni. Per il momento l’idea piace. Anche al presidente dell’associazione consumatori Adoc Ivrea Canavese Felice Zuffo. Con un ma: «La logica di fondo mi sta bene perché lascia libero l’acquirente di comprare ciò che vuole dove vuole, purchè nell’ambito del distretto. Mi piace meno che agli operatori non costi nulla. Gira e rigira vince il business».

Simona Bombonato - La Sentinella del Canavese

Bambini è Carnevale... su la maschera, giù i rischi!

Il Carnevale è una festa molto amata soprattutto dai più piccoli, ma è anche un'occasione da festeggiare in sicurezza.

E' per questo che il Ministero della salute invita gli adulti, in particolare i genitori, a fare attenzione alle insidie che possono nascondersi dietro le maschere, i costumi e i gadget venduti in occasione del Carnevale.

Ecco il decalogo del Ministero per divertirsi... in sicurezza:

  1. Non spruzzare schiume e stelle filanti spray negli occhi. Non sono giocattoli e si rischiano gravi danni alla cornea. Attento anche a non spruzzarle addosso alle persone o sui vestiti: potrebbero comunque raggiungere la pelle e il viso
  2. Non usare schiume e spray in vicinanza di fiamme, anche piccole come le candeline per le torte. Molti di questi articoli sono infiammabili ma spesso l’etichetta non riporta correttamente l’indicazione di infiammabilità
  3. Controlla le maschere decorate con glitter e brillantini colorati (i brillantini possono staccarsi e penetrare facilmente negli occhi, nel naso e nella bocca) e le sostanze coloranti contenute, che possono provocare irritazione cutanea
  4. Attento alle piccole parti dei costumi, come i bottoni, facilmente staccabili (se ingoiati possono provocare soffocamento, soprattutto nei bambini più piccoli) o i laccetti presenti nella zona del collo (se afferrati e stretti inavvertitamente possono provocare strangolamento)
  5. Annusa il tessuto del costume e i materiali dei gadget. Se danno cattivo odore, non farli indossare al tuo bambino: potrebbero contenere sostanze chimiche tossiche se inalate o ingerite dal bambino
  6. Quando acquisti un costume leggi bene l'etichetta e fai attenzione che sia classificato come giocattolo (marchio CE). Solo così avrai la garanzia di "non infiammabilità". Il pericolo maggiore dei vestiti è legato proprio a tessuti e materiali che prendono fuoco facilmente
  7. Scegli con attenzione gadget e accessori delle maschere (spade, lance, cappelli, caschi, occhiali, bacchette magiche, coroncine, fasce). Possono presentare bordi affilati e parti metalliche taglienti
  8. Trucca il tuo bambino con cosmetici sicuri e non scaduti. Preferisci prodotti ipoallergenici, adatti all'età. Controlla sempre l’etichetta (data di scadenza o "PAO", periodo di tempo in cui il prodotto può essere utilizzato una volta aperto); i trucchi a basso prezzo e non acquistati nei canali di vendita autorizzati danno minori garanzie di sicurezza
  9. Prima di truccare il tuo bambino, testa il prodotto su un lembo della sua pelle (generalmente dietro l'orecchio) per saggiare un'eventuale sensibilità. Per rimuovere tutto, meglio utilizzare uno struccante delicato e, subito dopo, sciacquare il viso del bambino con abbondante acqua
  10. Evita di applicare il trucco sulla pelle non pulita bene e sulle parti delicate del bambino (occhi e bocca) per evitare che venga ingerito inavvertitamente o irritare la congiuntiva e le mucose.

Le garanzie nella vendita dei beni di consumo

Capita sempre più spesso di scoprire che un bene di consumo, apparentemente perfetto, abbia dei difetti al momento dell’acquisto, che ne rendono impossibile l’uso. In questi casi, la legge predispone una serie di tutele per il consumatore. Prima di analizzare le tutele, occorre chiarire cosa si intenda per “consumatore” e “bene di consumo”. Il D.lgs. 6 settembre 2005, n.206, c.d. codice del consumo, all’articolo 3, così come modificato dal decreto legislativo 23 ottobre 2007 n. 221, definisce come consumatore, affiancando ad esso l’utente, a seconda della natura e dell’oggetto del contratto, come “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta.” Il bene di consumo, per suo canto, è comunemente definito, in economia, come quel bene atto a soddisfare un determinato bisogno dell’acquirente.

Tuttavia, affinché possa applicarsi la tutela del c.d. codice del consumo, occorre un’ulteriore condizione, ovvero che la persona fisica acquisti il bene di consumo da un professionista cioè da una persona fisica o giuridica che agisce nell'esercizio imprenditoriale o professionale, ovvero da un suo intermediario. In tale contesto contrattuale, il professionista / venditore deve consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita, ossia beni che siano idonei all’uso normale o all’uso particolare voluto dal consumatore, o che siano corrispondenti al modello o campione presentato al consumatore. Non vi è difetto di conformità se, al momento della conclusione del contratto, il consumatore era a conoscenza del difetto o non poteva ignorarlo con l’ordinaria diligenza.

Si presume che i beni di consumo siano conformi al contratto se, ove pertinenti, coesistono le seguenti circostanze:

  1. sono idonei all'uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo;
  2. sono conformi alla descrizione fatta dal venditore e possiedono le qualità del bene che il venditore ha presentato al consumatore come campione o modello;
  3. presentano la qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo, che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi, tenuto conto della natura del bene e, se del caso, delle dichiarazioni pubbliche sulle caratteristiche specifiche dei beni fatte al riguardo dal venditore, dal produttore o dal suo agente o rappresentante, in particolare nella pubblicità o sull'etichettatura;
  4. sono altresì idonei all'uso particolare voluto dal consumatore e che sia stato da questi portato a conoscenza del venditore al momento della conclusione del contratto e che il venditore abbia accettato anche per fatti concludenti.

Inoltre, il legislatore ha voluto equiparare al difetto di conformità del bene, il difetto di conformità che deriva dall' imperfetta installazione del bene di consumo, ma solo se questa è compresa nel contratto di vendita ed è stata eseguita dal venditore o sotto la sua responsabilità. 

Quando ricorre un vizio di qualità, il consumatore può chiedere, senza alcuna spesa a proprio carico, al venditore:

  • la riparazione del bene;
  • la sua sostituzione;
  • una congrua riduzione del prezzo di acquisto;
  • la risoluzione del contratto di compravendita quando la riparazione o sostituzione del bene siano oggettivamente impossibili o eccessivamente onerose per il venditore/produttore oppure nel caso in cui, nonostante la richiesta di riparazione o sostituzione, il venditore non abbia provveduto entro un congruo termine.

Il codice del consumo, prevede all’art. 128 e ss., determinate responsabilità del professionista e le consequenziali tutele del consumatore le quali, rispettivamente, sussistono e devono essere fatte valere entro determinati termini. Infatti la responsabilità del venditore emerge quando il difetto del bene si manifesta entro due anni dalla consegna. Il consumatore ha l’onere di comunicare al venditore l’esistenza del vizio o del difetto di conformità del bene entro 2 mesi dalla data della sua scoperta. La comunicazione non è necessaria solo se il venditore ha riconosciuto l’esistenza del difetto o l’ha nascosto. Dunque la garanzia opera per 26 mesi dalla data di acquisto del bene.

Il codice del consumo stabilisce poi che il consumatore possa rivolgersi direttamente al venditore del bene acquistato, al fine di far valere i propri diritti, il venditore eventualmente potrà rivalersi nei confronti del produttore del bene.  Se il vizio si palesa entro i primi sei mesi dalla consegna si presume che i vizi esistessero già alla data della consegna; in questo caso il consumatore è esonerato dal provare il difetto di conformità. Se il vizio si manifesta, invece, dopo sei mesi dalla consegna, grava sul consumatore l’onere di provare che il vizio sussisteva già al momento della consegna e non sia stato, invece, determinato dall’utilizzo del bene o dall’usura del tempo.

Infine, l’articolo 133 del codice del consumo individua un’ulteriore garanzia, denominata garanzia convenzionale, che vincola chi la offre secondo le modalità indicate nella dichiarazione di garanzia medesima e nella pubblicità. Tale garanzia deve garantire i seguenti standard minimi: l’indicazione che il consumatore è titolare dei diritti di cui agli artt. 128 e seguenti Codice del Consumo e che la garanzia li lascia impregiudicati; l’oggetto della garanzia; modalità di azione, durata, estensione territoriale e denominazione e domicilio del soggetto che la offre. Inoltre a richiesta del consumatore deve essere disponibile in forma scritta ed in lingua italiana, con caratteri non meno evidenti di quelli di altre lingue.

Le norme del codice del consumo si applicano in sostituzione dell’art 1495 c.c. il quale prevede tempistiche differenti per la denuncia dei vizi del bene acquistato a carico del compratore ( qualora non si tratti di consumatore) il quale deve necessariamente denunciare il vizio entro otto giorni dalla scoperta, pena la decadenza da ogni azione nei confronti del venditore. Infine l’azione di risarcimento può essere esperita entro 1 anno dalla consegna, ma i vizi devono essere sempre e comunque denunciati, dal compratore non consumatore, entro otto giorni dalla scoperta. In altre parole: dal momento in cui si è scoperto il difetto non devono trascorrere più di otto giorni prima di inviare la raccomandata a.r. al venditore. Se, poi, si vuole fare causa contro di questi, in ogni caso non bisogna far passare più di un anno. In tale ultima ipotesi sussiste l’onere probatorio a carico del consumatore, ovvero quest’ultimo, che chiede il risarcimento, deve provare la colpa del venditore, ossia il fatto che questi non abbia tenuto quella diligenza necessaria ad evitare i vizi del bene.

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