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Cessione del quinto da usura. Boom di cause giudiziarie

usura bancaria

Il signor Vincenzo M. aveva bisogno di soldi: sua moglie aveva perso il lavoro, riuscire a far fronte alle spese con un solo stipendio anziché due si stava rivelando impossibile. Qualche anno fa si è rivolto a una finanziaria: gli servivano 3 mila euro per sistemare le faccende più urgenti. Li avrebbe restituiti in sessanta mesi, cinque anni, attraverso la cessione del quinto dello stipendio. E, alla fine, per avere 3.027 euro ne avrebbe sborsati - tra commissioni, costi, spese - 5.040 con un tasso d'interesse del 24,64%. Da capogiro, ma pur sempre nei limiti di legge, che all'epoca - era il 2009 - fissavano la soglia di usura al 30,59 % (oggi è al 19%). Non era un affare e il signor Vincenzo lo sapeva. Però non aveva scelta.

Il trucco

E' andata ancora peggio, pochi mesi dopo gli è stato proposto di estinguere il contratto per aprirne un altro più vantaggioso, ha accettato e si è trovato a dover restituire 4.355 euro subito. Secondo i calcoli dell'Adoc - l'Associazione per la Difesa e l'Orientamento dei Consumatori, cui si è rivolto - il tasso annuo effettivo globale (Taeg) che gli era stato applicato era del 172,3% anziché il 24,64% pattuito. Usura a tutti gli effetti. Dopo una battaglia a suon di carte bollate il signor Vincenzo l'ha avuta vinta, ma sono migliaia le persone nelle sue condizioni per contratti firmati prima del 2010, quando le regole sono cambiate. Negli anni della grande crisi la cessione del quinto dello stipendio è stata una delle forme più utilizzate dalle famiglie in difficoltà, tanto che nel 2009 l'allora segretario della Fiom Giorgio Airaudo presentò un esposto in Procura contro i tassi applicati dalle finanziarie che si facevano gran pubblicità ai cancelli delle fabbriche. "Il 35% degli operai è indebitato", disse Airaudo. L'exploit della cessione del quinto, in effetti, era spaventoso: più 265% dal 2000 al 2005, più 30% nel 2006 e nel biennio 2007-08 e via a salire ancora in tempi recenti, con aumenti del 10% l'anno anche nel 2012, 2013 e 2014. Il ricorso a cessioni del quinto rappresenta ormai il 25% del totale di richieste di finanziamento. Una cresita costante, frutto di un meccanismo che sembra vantaggioso per tutti: è l'unica forma di prestito accessibile anche a chi abbia subito protesti o sia in ritardo con le rate; chi la propone si fa forte della garanzia del datore di lavoro e dell'assicurazione. La cessione del quinto, infatti, funziona così: si riceve il finanziamento (non più del 20% dello stipendio o della pensione) e lo si rimborsa con trattenuta sullo stipendio o sulla pensione.

Spese e balzelli

Spesso però i tassi di interesse sono molto alti (poco sotto la soglia dell'usura) e i costi lievitano facilmente: "il consumatore deve farsi carico, oltre che degli interessi, degli oneri di assicurazione e di istruttoria, più altri balzelli", spiega l'avvocato Bartolomeo Grippo dell'Adoc. Come se non bastasse, le società sono solite dopo pochi mesi proporre la chiusura del primo contratto per aprirne un secondo più vantaggioso per il cliente. "Pecato che addebitassero tutte le spese. E le persone pagavano tre o cinque anni di assicurazioni, spese e commissioni per un prodotto di cui avevano usufruito solo per alcuni mesi". Questa sproporzione tra prestito e rimborso è degenerata spesso in usura. "Abbiamo decine di cause in corso", dice Grippo. "Crescono di mese in mese, man mano che i contratti firmati negli anni più difficili vengono al pettine. Alcune si sono risolte con una mediazione, altre volte si è dovuti ricorrere al Tribunale, ma il verdetto è sempre stato chiarissimo. Quelle pratiche sono usura".

Andrea Rossi - La Stampa

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