Rassegna stampa 1 febbraio 2010

INDICE

• Quotidiani

La Stampa - Causa collettiva sulle polizze vita - di Luigi Grassia

La Stampa Torino e Prov. – “Ma l’Eni conosce il rispetto” da Lo specchio dei tempi – pag. 56

La Stampa Torino e Prov. – Sto 14 ore al giorno in negozio non posso ascoltare il gr? – di Emanuela Minucci – pag. 61

La Stampa Torino e Prov. – Radio accesa? Sei multato – di Emanuela Minucci – pag. 61

• Internet

HelpConsumatori.it – PREZZI. Carburanti, Consumatori. “Speculazioni ormai strutturali, intervenire con urgenza”

HelpConsumatori.it – TUTELA CONSUMATORI. Antitrust sanzionano produttori di caschi 465 mila euro.

HelpConsumatori.it – BANCHE. Mutui al via la moratoria per le famiglie


La Stampa

pag. 25 (Luigi Grassia)

Parte una causa collettiva promossa dalle associazioni Adiconsum, Adoc e Lega Consumatori ed è contro le compagnie assicurative Poste Vita e Ina a proposito delle polizze «dormienti». Potrebbero essere interessati migliaia di risparmiatori, non si saprà di preciso quanti finché i potenziali ricorrenti non si saranno fatti avanti, firmando i moduli messi a disposizione dalle tre organizzazioni. In settimana il relatore del decreto Milleproroghe, Lucio Malan, ha presentato un emendamento per risolvere il problema, ma il presidente di Adiconsum, Paolo Landi, dice che «l’emendamento non risolve nulla e la causa legale va avanti».Il problema nasce dal fatto che il ministero dell’Economia ha incamerato i conti correnti bancari e le polizze vita «dormienti», cioè inattivi da tempo. Dei conti dormienti si è parlato molto, delle polizze poco. Le «date di scadenza» sono ben diverse, perché la prescrizione per i conti bancari è di 10 anni mentre quella delle polizze vita è di appena 2 anni. Sennonché, le associazioni che promuovono la causa collettiva osservano che, per esempio, nel contratto di Poste Vita si dice quanto segue: «Poste Vita S.p.A. rinuncia a tale diritto (la prescrizione di due anni) e corrisponde il capitale in caso di morte, purché la richiesta sia inoltrata entro il termine di 10 anni», che è quello della prescrizione ordinaria (di cui all’art. 2946 del codice civile per i casi di eredità.
Nei confronti di Poste Vita e Ina, quindi, esistono i presupposti perché le famiglie possano recuperare gli importi delle polizze dormienti trasferiti al ministero dell’Economia. In concreto: se la signora Rossi, spulciando le carte di un vecchio zio defunto, scopre, poniamo, che lo zio medesimo aveva stipulato una polizza vita con Poste Vita e Ina, e che tale polizza è dormiente da 5 anni, e dunque è stata incamerata dal ministero dell’Economia perché ne sono passati più di 2, la signora Rossi potrà aderire alla causa collettiva e chiedere alla compagnia assicurativa di onorare il contratto, purché non è ancora scoccata la scadenza dei 10 anni. Poi la causa potrà essere vinta o persa, resta da vedere che cosa ne diranno i giudici, ma gli avvocati di Adiconsum, Adoc e Lega Consumatori ritengono di avere dei solidissimi argomenti.
Paolo Landi dell’Adiconsum nota che ci sono casi eclatanti: «Molte di queste polizze vita non erano dormienti affatto, perché gli eredi ne hanno rivendicato subito la liquidazione ma si sono trovati impelagati in questioni di eredità contestate, che possono durare ben più di 2 anni, e nel frattempo si sono visto soffiate il capitale. Sono i più imbufaliti». Perché fare causa a Poste Vita e all’Ina anziché al ministero del Tesoro che è quello che ha preso i soldi? Ancora Landi: «Il diritto contrattuale c’è con la compagnia, anche se poi questa si giustifica dicendo di aver obbedito alla legge. Certo dalla causa collettiva nascerà un conflitto ulteriore». Una nota tecnica: l’azione proposta dalle tre associazioni è una causa collettiva e non una «class action» all’americana del tipo che è stato appena introdotto nel nostro ordinamento; i legali hanno preferito questa strada «perché la procedura è più semplice ed è già disciplinata dal codice di procedura civile», mentre le class action esistono sulla carta ma di fatto non possono partire per impedimenti materiali.

La Stampa Torino e Prov.

pag. 56

Un lettore scrive: «Da qualche giorno l'Eni si presenta con uno spot televisivo che elenca, tra i suoi punti di forza, il “rispetto, quale parola indispensabile”. Detto da loro suona come una solenne presa in giro e spiego il perché.  «Vi scrivo a nome di una parente (utente Eni 130007632123) che ha la sventura di trovarsi fra i tanti che lamentano inutilmente problemi di svariato genere legati alla fatturazione. Vorrei che mi si spiegasse quale razza di “rispetto” hanno per i loro utenti questi presuntuosi funzionari dell’Eni e a quale santo devono votarsi i loro indifesi utenti per soddisfare il sacrosanto e legittimo diritto di poter pagare regolarmente le fatture dei loro consumi, senza attendersi, come inevitabile, un cumulo di debito massacrante.
«Lettere, telefonate , fax, e-mail e quanto altro... tutto inutile perché nessuno di lorsignori dell’Eni si degna di prendere in considerazione i problemi esposti e documentati, né, tantomeno, di risolverli!»

LUIGI LUTTATI, RIVOLI

La Stampa Torino e Prov.

pag. 61

(Emanuela Minucci)

Paolo Bullio non è un patito di tecnologia. Lo dimostra la sua radiolona vagamente Anni Settanta che tiene seminascosta dietro il bancone. Si vede a occhio nudo che non si tratta di un impianto professionale buono per trasformare la sua edicola in una sala da ballo, eppure quando nel suo negozio si è presentata una signorina intenzionata a far chiarezza sulla natura dell’impianto in questione, né le dimensioni della radio, né tantomeno il suo volume, hanno potuto convincerla che un verbale era fuori luogo: «La tengo sempre molto bassa - spiega l’edicolante brandendo il bollettino che le ha lasciato la ragazza per conto della Scf, la Società consortile Fonografici - ma non sembrava che la cosa potesse molto interessare questa giovane ispettrice che non mi ha nemmeno lasciato spiegare che uso facessi io, dell’apparecchio». E aggiunge: «Io sto dentro questa edicola 14 ore al giorno, credo che impazzirei a non sentire nemmeno un giornale radio o un qualsiasi programma di intrattenimento - spiega concitato - e poi mi devono spiegare in che consiste l’intrattenimento nei confronti del pubblico: ha presente quanto ci si impiega a comprare un giornale? Meno di un minuto e da quando ho l’edicola non c’è mai stato un cliente che si sia fermato per ascoltare gratis una canzone...». Il negoziante racconta che nel suo quartiere i controlli sono avvenuti a setaccio: «Tutti i miei colleghi hanno subito la mia stessa sorte, ma i controlli, finiti in un bollettino, non hanno risparmiato nemmeno profumerie, bar, enoteche, cartolerie». E conclude: «Naturalmente, fra loro, ci sono anche coloro che hanno sempre regolarmente pagato la Siae: pensi quanto sono arrabbiati per aver scoperto che in un momento di crisi come questo anche altre case discografiche si fanno vive per esigere un oneroso pagamento, anziché darci incentivi, continuano a massacrarci».

La Stampa Torino e prov.

pag. 61

(Emanuela Minucci)

Abbassa la tua radio per favore. Anzi, fai di più: spegnila. E’ questo il diktat che - a colpi di multe che vanno dai 100 ai 1000 euro - sta raggiungendo i titolari di edicole, negozi di parrucchiere, bar. Tutti colpevoli di un gravissimo illecito: aver acceso all’interno del loro locale una radio. Non importa se a volume bassissimo (magari soltanto per ascoltare i risultati della partita) o medio-alto per rendere più piacevole la permanenza nel locale. Morale: sono scattate - a pioggia - le multe. E il bello è che alcuni dei commercianti nel mirino (in primis le profumerie e i bar) avevano pagato regolarmente i diritti Siae. Questi misteriosi, nuovi esattori, infatti, sono stati sguinzagliati dalla Scf, società consortile fonografici che esige un canone aggiuntivo da versare alle case discografiche. A scoprire il fenomeno è stato il capogruppo dell’Udc in Comune Alberto Goffi che in questi giorni ha ricevuto centinaia di proteste: «Questi commercianti colpiti da salatissime sanzioni soltanto per aver acceso la radio all’interno dei propri negozi erano davvero increduli». A quel punto a Palazzo Civico hanno deciso di vederci chiaro: «Dopo aver esaminato attentamente questi casi abbiamo scoperto - aggiunge Goffi - che i cosiddetti diritti d’autore non sono riscossi solo dalla Siae, ma da uno sconosciuto consorzio Scf che ha mandato agenti investigativi a tappeto (dell’Agenzia Investigativa Hunter, ndr) in ogni esercizio commerciale di Torino e Provincia, al solo scopo di verificare se l’apparecchio radio, tv o cd emettesse un suono per poi sanzionare il malcapitato». Goffi ha poi appurato che la Scf (Società Consortile Fonografici), è stata costituita nel 2000 per «gestire in Italia la raccolta e la distribuzione dei compensi dovuti ad artisti e produttori discografici, per l'utilizzo in pubblico di musica registrata». Ma aggiunge: «Questo consorzio è privato, ed è composto da molte case discografiche major e indipendenti, ma non dalla sua totalità. Precisamente SCF è un ente privato creato dalle più grandi case discografiche per riscuotere non il diritto d’autore (come fa già la Siae) bensì diritti d'autore connessi o collaterali, ovvero quei diritti di soggetti diversi dagli autori, come per esempio gli interpreti o i produttori fono-videografici». A questo punto emergono - sempre secondo il capogruppo dell’Udc - i principali punti in cui Scf risulterebbe fare abuso di potere ed andare anche contro la legge: «Per citarne soltanto alcuni, non essendo un ente statale, Scf non ha l’autorità per entrare nei pubblici esercizi ed elevare sanzioni (per questo adotta l'escamotage di utilizzare l’agenzia di investigazioni Hunter che manda i propri operatori, muniti di regolare tesserino di riconoscimento, ad effettuare rilevazioni all’interno di tali esercizi)». Prosegue: «Il tariffario a cui si riferisce non è chiaro, anzi si può dire che sia in difetto di legge, laddove Scf negozia con i singoli utilizzatori o con le loro associazioni di categoria la misura del compenso dovuto ad artisti e produttori discografici e, attraverso il rilascio di un’unica licenza, consente agli utilizzatori di diffondere in pubblico il repertorio musicale di tutte le case discografiche rappresentate dal consorzio, nel rispetto di quanto stabilito per legge». Conclusione: «Capisco che le case discografiche abbiano ideato questo meccanismo per tamponare la loro perdita di guadagni, ma aggredire il commercio al minuto (tabaccherie, negozi di abbigliamento, parrucchieri..) che già vive un periodo di grave crisi per arricchire le multinazionali della musica è una grande vergogna».

HelpConsumatori.it

Il prezzo del petrolio oggi è sceso a 72 dollari al barile. Ma nonostante questo il prezzo della benzina non accenna a diminuire, anzi sembra che, in Italia, si sia attestato stabilmente a 1,34 - 1,36 euro al litro. È quanto emerge dalle indagini condotte in tutta Italia da Federconsumatori e Adusbef che denunciano: "Questa è la prova tangibile che le speculazioni sui prezzi dei carburanti stanno diventando strutturali. Speculazioni di almeno 8-9 centesimi al litro, che pesano sulle tasche degli automobilisti, comportando un maggiore esborso di 108 euro annui per costi diretti e di 90 euro annui per costi indiretti (dovuti al trasporto su gomma delle merci), per un totale di ben 198 euro in più". E a tutto ciò si aggiungono gli aumenti relativi all'RC Auto ed alle tariffe autostradali. Secondo le stime delle Associazioni dei consumatori gli automobilisti pagheranno 103 euro in più in un anno per l'RC Auto, 15 euro in più per costi diretti e 60 per costi indiretti per l'aumento dei pedaggi autostradali. In totale quindi ci sarà una spesa di 433 euro annui in più a famiglia, che andranno ad influire negativamente su un potere di acquisto già ridotto ai minimi termini. "È alla luce di questa situazione, giunta ormai all'inverosimile - continuano Federconsumatori e Adusbef - che ribadiamo le proposte presentate anche all'incontro con i petrolieri presso il Ministero dello Sviluppo Economico, che devono essere messe in campo con la massima urgenza":

  • costituire presso l'Antitrust o presso il Ministero dello Sviluppo Economico un gruppo di studio e un osservatorio per la rilevazione delle velocità di adeguamento prezzi carburanti;
  • prestabilito un livello per il prezzo del petrolio, in presenza di variazioni percentuali predeterminate che si discostino da tale soglia, stabilire una "accisa mobile" che, nel riequilibrare l'automatico aumento dell'IVA, agisca come strumento di calmieramento del prezzo dei carburanti;
  • superare il divario, divenuto strutturale, tra il prezzo industriale dei carburanti nel nostro Paese rispetto a quelli degli altri Paesi della Comunità;
  • liberalizzare la rete di distribuzione carburanti, facilitando sia l'apertura presso la grande distribuzione, sia l'autorizzazione della vendita non-oil presso gli attuali esercizi;
  • rapida attuazione della legge 99/09 che obbliga la comunicazione del prezzo dei carburanti da parte dei distributori agli organi preposti;
  • eliminare la cifra dei millesimi poiché dannosa e fuorviante ai fini di una reale comparazione tra i prezzi applicati delle diverse compagnie e dai diversi distributori. Transitoriamente si può applicare per questa cifra un corpo stampa decisamente inferiore e pari al 33% delle cifre che compongono il prezzo.

HelpConsumatori.it

Caschi per motociclisti non omologati e che non presentavano tutti i requisiti di sicurezza previsti dalla normativa: questa la pratica commerciale scorretta per la quale l'Antitrust ha sanzionato cinque società - RVM, Vismara, Made in Italy, Cascobene e XMoto - attive nella produzione, distribuzione e promozione di caschi per ciclomotori e motocicli della linea "Stone" e "Stoneline" con cinque diverse multe per 465 mila euro complessivi. La pratica, spiega l'Antitrust nell'odierno bollettino, "consiste nell'aver prodotto e commercializzato i caschi per motociclisti della linea "Stone" e "Stoneline", destinati anche a bambini e adolescenti, senza aver ottenuto le omologazioni richieste dalla normativa comunitaria e/o senza rispettare le condizioni dell'omologazione ricevuta. La pratica è stata realizzata, in particolare mediante le seguenti condotte: l'apposizione sui caschi "Stone" e "Stoneline", da parte di RVM e Vismara, dell'etichetta rappresentativa del marchio di omologazione internazionale previsto dalla regolamentazione europea e la promozione dei prodotti, da parte di Made in Italy, come «omologati secondo la norma europea», nonostante gli stessi non presentassero i requisiti prescritti per il rilascio dell'omologazione; l'utilizzo sui caschi "Stone" e "Stoneline" da parte di RVM e Vismara, di visiere prive della marcatura prevista dalla normativa europea applicabile al mercato italiano di riferimento e la commercializzazione delle stesse da parte di Made in Italy, Cascobene e XMoto; la produzione da parte di RVM e Vismara e la vendita al pubblico da parte di Made in Italy, Cascobene e XMoto dei prodotti senza la consegna dei prospetti informativi prescritti dalla normativa di riferimento; la minaccia della sicurezza dei bambini e degli adolescenti, stante il presunto difetto di requisiti necessari per la marcatura internazionale dei prodotti". In particolare, sottolinea l'Antitrust, le società Cascobene e Xmoto "si sono limitate a vendere i prodotti nella convinzione che questi presentassero le omologazioni richieste dalla normativa di settore", ma "devono essere considerate responsabili per aver trascurato di verificare che sui caschi fossero montate visiere omologate e che gli stessi riportassero l'etichetta con le indicazioni d'uso per gli utenti così come prescritto dal Regolamento CE". Invece le società "RVM, Vismara e Made in Italy hanno prodotto e commercializzato i caschi protettivi a marchio "Stoneline" e "Stone", destinati anche ad adolescenti, apponendo sui caschi il marchio di omologazione internazionale e attestandone nella brochure la conformità alle norme europee, nonostante gli stessi non presentassero i requisiti prescritti dalla regolamentazione di settore per il rilascio dell'omologa; RVM e Vismara, inoltre, hanno utilizzato sui caschi visiere prive dell'omologazione o contrassegnate dal marchio internazionale, senza rispettare i requisiti richiesti per il rilascio". Da qui le sanzioni: 130 mila euro per RVM, 150 mila euro per Vismara, 100 mila euro per Made in Italy, 40 mila euro per Cascobene e 45 mila euro per XMoto.

HelpConsumatori.it

Da oggi le famiglie in difficoltà potranno presentare domanda per la moratoria del mutuo alla propria banca. Parte dunque oggi il "Piano Famiglie", firmato lo scorso 18 dicembre dall'Abi e dalle associazioni dei consumatori. In particolare, l'accordo prevede la sospensione del rimborso dei mutui per almeno 12 mesi, anche nei confronti dei clienti con ritardi nei pagamenti fino a 180 giorni consecutivi:

  • per i mutui di importo fino a 150.000 euro accesi per l'acquisto, costruzione o ristrutturazione dell'abitazione principale;
  • nei confronti dei clienti con un reddito imponibile fino a 40.000 euro annui;
  • che hanno subito o subiscono nel biennio 2009 e 2010 eventi particolarmente negativi (morte, perdita dell'occupazione, insorgenza di condizioni di non autosufficienza, ingresso in cassa integrazione).

Le banche aderenti all'iniziativa potranno anche migliorare tali condizioni. In particolare, dopo una fase di avvio partita con le adesioni delle banche di credito cooperativo, delle banche popolari e di quelle legate al territorio, è arrivata anche l'adesione dei grandi gruppi, ad esempio Banca Popolare di Milano, BNL-BNP Paribas, UBI Banca, Banca Sella, Monte Paschi, Unicredit, Deutsche Bank, Intesa San Paolo.